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Adozioni: le vostre domande all'assistente sociale

Adottare un bambino è un’esperienza che cambia radicalmente la vita. Nonostante l’immensa nobiltà dell’adozione, non bisogna trascurare gli ostacoli e le difficoltà insiti in questo percorso che coinvolge bambini e aspiranti genitori. Le motivazioni che spingono una coppia all’adozione possono essere diverse, ma generalmente si pensa all’adozione quando una coppia si trova nell’impossibilità di avere figli in modo naturale. In ogni caso la scelta adottiva, prima di essere vissuta, va compresa e interiorizzata.

 

Questa settimana abbiamo raccolto i dubbi e le perplessità dei nostri lettori, genitori adottivi o giovani coppie che vorrebbero intraprendere il percorso dell’adozione. La complessità dell’argomento è dimostrata anche dalla loro richiesta di rimanere anonimi, richiesta che ovviamente rispettiamo. Abbiamo rivolto queste domande a Viviana Panarisi, assistente sociale chiamata a occuparsi della verifica delle capacità genitoriali degli aspiranti all'adozione, nonché mamma adottiva.Non possiamo avere bambini e vorremmo adottarne uno, ma abbiamo paura di non riuscire ad amarlo come un figlio naturale. (Aspiranti genitori)
L’impossibilità di procreare causa nella coppia una grave frustrazione e inconsciamente si affida al figlio adottivo il compito di annullare il dolore legato alla sterilità. Il percorso di formazione/informazione che coinvolge gli aspiranti all’adozione presso i servizi territorialmente competenti (servizio sociale del comune SSP e consultorio familiare dell’asp) è funzionale ad un cammino per l’acquisizione di consapevolezza sulle problematiche adottive. E’ uno spazio e un tempo che servirà alle coppie a parlare fra di loro e con l’aiuto degli operatori chiarire a se stessi le autentiche motivazioni della scelta adottiva. I tre mesi assegnati ai servizi per potere ottemperare alla valutazioni (che potrebbero diventare anche di più motivatamente) dovrebbero essere un tempo proficuo per la coppia che avrà modo di riflettere sulla spinta dei quesiti degli operatori.

 

Vorremmo adottare un bambino, ma non pensiamo di essere pronti ad accogliere un bambino di età superiore a due anni. E’ possibile esplicitare preferenze al momento della richiesta? (Coppia molto giovane)
Purché non si tratti di preferenze rispetto al sesso, è possibile che la coppia esprima delle preferenze rispetto all’età (età prescolare, età scolare). È bene precisare che erroneamente si crede che un bambino molto piccolo non dia problemi.

 

Io e mio marito abbiamo presentato la richiesta di adozione. Parliamo molto spesso tra noi, ma abbiamo il timore di contraddirci durante i colloqui in tribunale. Su cosa vertono esattamente i colloqui? (Coppia in ansia)
Il colloquio in tribunale non dovrebbe essere vissuto come la “ santa inquisizione”. I giudici del tribunale incontrano quotidianamente centinaia di coppie aspiranti e adottive: sono dei professionisti e conoscono le implicazioni psicologiche che questo percorso comporta.
Le domande vertono sulla storia personale di entrambi i coniugi, sulle motivazioni della scelta, sulla consapevolezza delle problematiche connesse alle adozioni, sul “rischio giuridico”, sulla capacità di modificare il proprio stile di vita in vista dell’adozione.
Non esistono domande né risposte preconfezionate: bisogna essere se stessi con le paure e i dubbi che quotidianamente accompagnano qualsiasi coppia. In questo percorso premia l’autenticità del proprio vissuto, sia a livello individuale sia di coppia.

 

Il mio bimbo era molto piccolo quando è arrivato come un dono in casa nostra. Adesso ha 4 anni. Devo cominciare a spiegargli che è stato adottato o è ancora troppo presto? Non saprei da dove cominciare (Mamma adottiva)
Il tema della Rivelazione, così si chiama tecnicamente, è determinante nel percorso adottivo. Penso che avrebbe già dovuto in qualche modo affrontare il discorso, magari con qualche fiaba in cui i bambini non nascono necessariamente nella pancia della mamma, ma si incontrano e si amano. Mia figlia non aveva ancora tre anni quando è arrivata e ho iniziato dopo pochi mesi a spiegarle la sua storia. Sul come farlo, non ci sono risposte confezionate, ma di certo è importante basare il rapporto affettivo sulla verità e sulla fiducia: noi abbiamo sempre posto a nostra figlia l'adozione come un fatto speciale, lei è speciale, noi siamo speciali, perché ci siamo desiderati, cercati e fortemente voluti.

 

Quali sono le principali differenze burocratiche tra adozione nazionale e internazionale?
Semplificando: l’adozione nazionale non prevede un decreto per le coppie aspiranti poiché non è un’istanza di adozione, ma una “disponibilità all’adozione”. Sarà il tribunale ad effettuare le selezioni/abbinamenti sulla base delle reciproche compatibilità, dopo che i servizi territoriali avranno relazionato sulla coppia aspirante.
L’adozione internazionale presuppone un decreto di idoneità per la coppia aspirante che dovrà affidarsi successivamente a un ente autorizzato che guiderà la coppia nel percorso adottivo nei Paesi per i quali lo stesso Ente è autorizzato. Ciò presuppone che la coppia effettui alcuni viaggi (ciò dipende dal paese di origine del minore) e affronti delle spese.

 

E’ vero che con l’adozione internazionale è più probabile avere bambini piccoli?
Non parlerei di probabilità, ma di normative extracomunitarie forse meno garantiste rispetto al diritto del bambino di crescere all’interno del proprio nucleo d’origine. Diritto sancito dal nostro ordinamento giudiziario che però a mio avviso dovrebbe essere più celere.
Mio figlio adesso ha 15 anni e sa di essere stato adottato. Se mi dicesse di voler cercare i suoi genitori naturali, cosa dovrei rispondere?
Mi rendo conto che per i genitori adottivi la “competizione” con i genitori naturali che spesso vengono “idealizzati” dal bambino è quasi inevitabile. Il problema sta nell’evitare il fenomeno dell’idealizzazione che si verifica quando al minore non è chiara la propria storia personale. Ciò comporta che il genitore adottivo non deve parlare male dei genitori naturali né “pontificare” sulla propria genitorialità. La storia di un bambino abbandonato non inizia quando entra nella “nuova” famiglia, ma è una storia fatta probabilmente di violenze, gravi trascuratezze, anaffettività, abusi, deprivazioni affettive ed emotive che hanno origini pregresse e che non devono e non possono essere a lui nascoste.
Vanno spiegate con le parole che nasceranno dal rapporto di fiducia che via via si andrà costruendo. Non bisogna temere il confronto: il genitore adottivo non è un genitore di serie B, ma il genitore che ha voluto e potuto prendersi cura ed amare quel figlio.

 

Cosa significa “fallimento adottivo”? (Mamma adottiva in crisi)
Significa che i genitori adottivi non sono riusciti a istaurare una relazione affettiva significativa con il bambino. Generalmente è la fase precedente a quella che giuridicamente decreta l’interruzione dell’adozione che è quanto di più grave e psicologicamente catastrofico possa succedere ad un bambino che ha già vissuto il trauma dell’abbandono.
Se un giorno mi dovessi sentire dire da genitori adottivi “chi me lo ha fatto fare” anche quello è un fallimento adottivo.

 

Dopo questa interessante chiacchierata con l’Assistente sociale, abbiamo voluto rivolgere noi stessi una domanda. Dott.ssa Panarisi, quali sono le difficoltà e i pregi del suo lavoro?
Da assistente sociale e dirigente del settore servizi sociale, chiamata ad occuparsi della verifica delle capacità genitoriali degli aspiranti all'adozione, ritengo che l'esperienza, seppure appagante (nel risultato finale, i bimbi che arrivano sono un po’ anche figli miei) è anche un lavoro molto complesso poiché alle competenze professionali richieste si innestato, inevitabilmente vissuti personali e rapporti empatici … non valutiamo le prestazioni di un’automobile o le caratteristiche di un elettrodomestico !!
La complessità del lavoro è comunque sempre ripagata dall’arrivo di nuovi bambini nella mia comunità, nel vedere, a pochi giorni dal loro arrivo i cambiamenti nei loro sorrisi. Ripagata quando persone, prima confuse e frustrate, tornano felici in ufficio con il loro “tesoro” in braccio, orgogliosi di mostrare che, comunque, nonostante le difficoltà, ne è valsa sicuramente la pena.

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