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Bilinguismo e didattica partecipativa nella scuola targata Thomas More

"I bambini devono essere educati al bello, solo così sapranno riconoscere ciò che è brutto": è questa la filosofia principale che ispira la metodologia di insegnamento applicata alla Thomas More, scuola paritaria bilingue di via delle Croci 6, a Palermo. 

Un'educazione al bello che passa dalle aule tematiche e ben arredate, dove nulla è scelto a caso, all'importanza di rendere "piacevole" e partecipativo l'apprendimento, sviluppando nei piccoli il senso della condivisione e della comunità. Passando per la centralità della musica, intesa come un vero e proprio linguaggio che abitua bambini e adolescenti all'armonia e alle arti. 

Una didattica partecipativa ed esperenziale, dove i piccoli sono resi protagonisti e partecipano attivamente a strutturare il lavoro in classe. 

C'è poi – non per ultimo – l'aspetto linguistico, per l'istituto fondamentale, tanto da introdurre il metodo bilingue dall'asilo al liceo. 

Un approccio all'insegnamento che ci è sembrato piuttosto rivoluzionario e interessante, per questo abbiamo voluto saperne di più intervistando la direttrice della Thomas More, la dottoressa Stefania Guccione, che da anni in città si occupa di educazione e insegnamento essendo anche presidente della cooperativa Pueri, che gestisce diversi asili nido in città. 

Cosa è la Thomas More

È una scuola paritaria bilingue, nata su iniziativa di alcuni genitori nel 2013 dopo la chiusura del centro scolastico Imera e Altavilla di Palermo. È un istituto che include classi di ogni ordine e grado: dall'asilo al liceo, indirizzo scientifico e classico. È una scuola paritaria, per cui al privato l'Opera Pia Santa Lucia aggiunge 30 posti messi a bando per gli studenti con qualche difficoltà economica. Quest'anno sono stata chiamata a dirigerla. Sono in atto alcuni cambiamenti. È stato mantenuto il progetto progetto bilinguismo, ma ad esso abbiamo unito una metologia didattica legata all'esperenziale e alla partecipazione attiva degli studenti. Che passa anche dagli ambienti. Per esempio stiamo rivoluzionando le aule, che diventeranno tematiche in perfetto stile anglosassone: ogni disciplina avrà la sua classe fissa che verrà arredata con materiali attinenti e funzionali agli argomenti trattati. Saranno gli studenti a muoversi nella scuola, facendola loro: la loro esperienza non si limiterà alla singola classe, ma vivranno l'istituto in modo pieno. Puntiamo su quello che si chiama meta-apprendimento, legato all'ambiente in cui si muove.

Come viene strutturato il bilinguismo? Cosa cambia rispetto al tradizionale insegnamento delle lingue straniere?  

Il bilinguismo viene intanto applicato fin dai primi anni di scuola, stimolando la relazione e tenendo intanto conto dei registri linguistici dei più piccoli. Per cui il primo passo è insegnare la lingua: si inizia già dall'asilo a lavorare  sulla comprensione, per cui i bambini possono rispondere in italiano, e poi con la coversazione vera e propria. In prima e seconda elementare, per esempio, ci sarà un'ora di inglese al giorno. Appresa la lingua, questa diventa a tutti gli effetti uno strumento di apprendimento di altre discipline. Così gli studenti imparano a parlarla in modo naturale: deve diventare uno strumento di comunicazione naturale e quotidiano. Dalla terza elementare così l'inglese sarà la lingua base di altre materia: come scienze e geografia dapprima. 

Alle elementari viene introdotto anche una seconda lingua: lo spagnolo. In prima e seconda elementare si terranno  due ore di spagnolo a settimana con arte e immagine, un metodo che permette ai bambini di acquisire competenze linguistiche in modo visivo e immediato. 

Questa metodologia linguistica verrà mantenuta anche per tutte le classi degli altri ordini e gradi, cioè medie e licei. Naturalmente con livelli di complessità maggiori. Alla fine di ogni ciclo gli studenti avranno la possibilità di acquisire diverse certificazioni linguistiche riconosciute dal sistema britannico e a livello europeo. 

Ha parlato di musica come terza lingua:in che senso?

La musica è un linguaggio molto importante, soprattutto per chi ha difficoltà a esprimersi con le parole. La consideriamo una terza lingua a tutti gli effetti, che va appresa sin da piccoli e valorizzata. Gli studenti che hanno già competenze musicali potranno coltivarle e condividerle col gruppo classe, per esempio insegnando anche ai compagni. Chi non ha mai partecipato a lezioni di musica, avrà invece la possibilità di imparare uno strumento.

Il vostro slogan è "educare al bello", in concreto cosa significa se applicato all'insegnamento?

Se cresci nel bello, lo riconosci in tutto e lo distingui dal brutto. È un concetto un po' montessariano. È un principio che si applica in tutto: a partire dagli ambienti in cui i bambini devono fare scuola. Aule belle, arredate bene e funzionali. Noi abbiamo scelto la prevalenza di pareti bianche ma con note di colore scelte in modo logico. Importanti le stanze polifunzionali, condivise, dove si possono fare attività insieme, non solo didattiche, ma anche di relax e gioco, che sono momenti anch'essi utili all'apprendimento.  Abbiamo previsto per esempio uno spazio giochi e un "angolo Lego", una biblioteca per i più piccoli. Nel gioco i bambini imparano molto di più delle tradizionali lezioni frontali. Gli insegnanti dovrebbero imparare a educare attraverso il gioco e si renderanno conto che gli alunni apprendono di più.  

Ha parlato di didattica partecipativa: in cosa consiste?

I bambini partecipano attivamente all'apprendimento. Con gli studenti dai 4 anni in sù  concordiamo e facciamo insieme il programma della giornata. Infine, tiriamo le somme dei risultati ottenuti. L'idea del "nozionismo" a tutti i costi è un'idea che ho abbandonato ormai da tempo. Invece che imporre concetti e discipline agli alunni, è più utile fare capire loro l'utilità di imparare certe nozioni. Non solo, la scelta dei contenuti e dei metodi va fatta tenendo conto dei loro interessi e curiosità. Partecipazione e condivisione. I bambini più predisposti a fare qualcosa devono partecipare il dono alla classe e aiutare quelli più in difficoltà: li chiamiamo "allenatori". Tutti hanno delle doti e competenze spiccate e queste devono essere messe in risalto, condividendole anche con i compagni. Quest'anno sperimenteremo anche un altro metodo: una volta al mese gli alunni delle medie faranno lezione alle classo elementari, mentre quelli del liceo insegneranno agli studenti delle medie. 

In buona sintesi, io credo che occorra trasformare la propria metologia di insegnamento. Le discipline devono essere funzionali allo sviluppo delle competenze, non al contrario. Gli alunni devono essere coinvolti, sono i protagonisti, non semplici discenti passivi. 

Per maggiori informazioni, si può visitare il sito: www.scuolathomasmore.it o scrivere un'email a

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