Mondo mamma
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Cyberbullismo e pedagogia digitale

 

“Mio figlio di soli 8 anni accende e spegne il computer, naviga su internet, manda gli mms col cellulare, e senza che nessuno gli abbia spiegato niente. Fa tutto da solo!”

Questo tipo di frasi sono sempre più ricorrenti tra genitori che raccontano l'approccio dei propri figli con le nuove tecnologie, spesso infarcendole anche con una sorta di orgoglio.
Purtroppo quel “tutto da solo” non è davvero qualcosa di cui andare fieri.

 

Il sistema italiano educativo e in particolare quello pedagogico, ovvero la capacità di far crescere i figli secondo un sapere abile a trasmettere anche conoscenza e attuazione di valori, non riesce ad applicare il suo schema umanista anche al così detto mondo digitale.
Se da una parte proliferano i corsi pratici di informatica nelle scuole, allo stesso modo non è ben chiaro che relazione intercorra tra questo nuovo sapere e i tradizionali modelli educativi.
I ragazzi di oggi crescono pervasi e padroni di un sapere, quello tecnologico, in cui i tradizionali valori sembrano strutture troppo obsolete per adattarvisi.

 

Per fare un paragone chiaro, è come se un bambino imparasse da solo l'alfabeto, la lettura e la scrittura, ovviamente i genitori ne sarebbero molto orgogliosi, salvo scoprire che questo stesso bambino non è poi in grado di distinguere che differenza di valore passi tra la Bibbia e Pinocchio di Collodi, alzando chiese per quest'ultimo.
Oggi noi sappiamo che differenza passa tra la prima e la seconda opera perché il sistema scolastico odierno, con i suoi 3.000 e passa anni di esperienza pedagogica alle spalle, non ci trasmette solo la capacità di leggere e scrivere, ma più di ogni altra cosa, la capacità interpretativa fondata su un vasto modello di valori.
I ragazzi di oggi sanno utilizzare il computer, tecnicamente, come il bambino che impara da solo l'alfabeto, ma non sono in grado di valutare che differenza ci sia tra  uno scappellotto dato giocando con un compagno di classe e la diffusione su Youtube di questo stesso gesto ulteriormente infarcito di elementi a metà strada tra un videogioco d'azione e un reality televisivo.

 

I ragazzi di oggi non crescono più violenti di come siamo cresciuti noi, ma purtroppo più soli, senza nessuno che, scuola o famiglia che debba essere, gli impartisca una corretta educazione digitale. Anzi gli strumenti digitali (console di gioco, internet, etc.) sono spesso usati dagli stessi genitori come utili strumenti di svago a cui abbandonare i ragazzi così da potersi rilassare dopo una massacrante giornata di lavoro.

 

Alla base di questo digital divide - che è qualcosa di più del semplice fatto che non tutti navighiamo a banda larga, ma soprattutto che non tutti usiamo la rete secondo uno stesso registro etico! - c'è però una ancora più grave realtà, ovvero quella che noi stessi non riteniamo grave rubare un brano musicale quanto rubare ad esempio un maglione; quotidianamente diffondiamo sui social network contenuti come citazioni, foto e tanto altro non curanti del fatto che tutto questo materiale probabilmente apparterrà a qualcuno. Come possiamo allora ritenere che i nostri figli crescano eticamente e moralmente sani nel cyberspazio se svuotiamo dei valori tradizionali questo spazio senza almeno riempirlo con altri?

 

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