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L'induzione al parto: di cosa si tratta e quando viene effettuata

 

parto indotto (foto: fui - Flickr)

L'induzione al parto è una pratica ginecologico-ostetrica abbastanza comune in relazione con il parto naturale.

 

Generalmente viene effettuata quando la gestazione supera di 2 settimane la data prevista per il parto: nella donna in gravidanza viene indotto il travaglio attraverso metodi diversi volti a favorire la nascita del bambino.

 

In alcuni casi, però, viene fatta qualche settimana prima del termine della gravidanza per evitare il rischio di complicazioni.

 

 

 


 

 

Induzione al parto: tutti i dettagli su questa pratica


I casi in cui l'induzione al parto viene effettuata prima del termine della gravidanza sono ben precisi e connessi ad alcune patologie: il diabete e la preeclampsia. Quest'ultima, in particolare, è anche nota come gestosi è può consistere nella presenza durante la gravidanza di complicazioni come l'ipertensione, l'edema o la proteinuria. In questi casi, per evitare che il bambino cresca troppo e per ridurre i rischi per la madre, i medici optano per il parto indotto.

 

L'induzione al parto può essere effettuata con metodi manuali o farmacologici. Generalmente, quando bisogna effettuarla vengono provati prima i metodi naturali: se non dovessero sortire alcun effetto si procede con quelli farmacologici e, come ultimo passo, nel caso in cui il bambino ancora non nasca e i medici intuiscano la presenza della sofferenza fetale, si ricorre al cesareo.

 

 

I metodi manuali di induzione al parto


parto (foto: Timo Nurmi - Flickr)

 

Stimolazione delle membrane: viene effettuata dall'ostetrica che tramite la sollecitazione delle membrane contenenti il liquido amniotico stimola la produzione di prostaglandine che, a loro volta, danno vita alle contrazioni.

 

Applicazione del gel prostaglandinico: è la seconda tipologia di induzione al parto e viene effettuata circa 30 minuti dopo la stimolazione manuale delle membrane, nel caso in cui non abbia sortito il giusto effetto. Prevede l'inserimento nella vagina di un gel contenente delle prostaglandine artificiali che hanno la stessa funzione di quelle naturali, ovvero stimolare l'avvio delle contrazioni. L'operazione può essere ripetuta fino a 4 volte, ma ogni inserimento deve essere distanziato dal successivo di almeno 6 ore. Generalmente il parto si ottiene in seguito alla seconda o alla terza applicazione del gel.

 

Rottura delle membrane: viene praticata più raramente quando le precedenti modalità non hanno avuto l'effetto desiderato. Consiste, in particolare, nella rottura manuale delle membrane che contengono il liquido amniotico tramite uno strumento dalla forma simile a un uncinetto. Viene eseguita anch'essa dall'ostetrica e favorisce la contrazione dell'utero stimolata dalle spinte della testa del bambino.

 

 

La flebo di ossitocina: l'induzione al parto farmacologica


Se le tecniche precedenti di induzione al parto non sono state utili a favorire la nascita del bambino si procede con la somministrazione di una flebo a induzione continua contenente ossitocina, l'ormone che avvia le contrazioni e determina la nascita del bambino.

Generalmente quest'ultima modalità per indurre il parto ha l'effetto sperato, ma in rari casi è possibile che il bambino ritardi ancora a nascere. In base alle condizioni di salute del piccolo e della madre e in relazione alle procedure di induzione al parto praticate precedentemente il medico decide se ripetere l'intero ciclo a distanza di 2 giorni oppure se procedere direttamente con il parto cesareo.

 

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